Negli ultimi anni, il nostro paese ha subito contemporaneamente tre crisi: una di tipo politico, una di tipo economico e una di tipo sociale. La crisi politica deriva da Tangentopoli, a seguito del quale si sono susseguite coalizioni di destra e di sinistra che, accavallando insuccessi nell'amministrazione pubblica, occupandosi di loro interessi privati attraverso i loro pubblici poteri e, soprattutto, ricercando nuove manovre di palazzo per mantenere salda la loro posizione pubbliche più a lungo possibile, hanno finito per portare tra gli italiani il più grande astensionismo al voto mai registrato. La crisi economica, non portata dalla crisi mondiale del 2007, casomai accentuata, ha radici molto più profonde. Il nostro immenso debito pubblico (terzo nel mondo), l'immane spreco di risorse dagli anni '50, l'ondata di denaro acquisito dalla mafia, ma soprattutto le incredibili somme acquisite illegalmente e avidamente da industriali ed affaristi senza scrupolo hanno ridotto il nostro paese a condizioni pietose. La crisi sociale, diretta conseguenza delle due precedenti crisi, nasce dal generale sconforto e sdegno dei cittadini, piegati e umiliati da una parte dello stato che sfrutta senza rimorsi e con i mezzi più spietati: cancellazione di alcuni diritti, limitazione di altri, aggravamento di obblighi e prospettive non più incerte ma tristemente certe.
Questa potrebbe essere la premessa di un libro sulla dittatura, di un film sull'incredibile capacità di sopportazione dei popoli, oppure la descrizione fedele di un quadro astratto raffigurante un imponente uomo bianco frustare un gracile uomo nero, persino un brano Hip Hop impegnato nella cultura underground di nicchia.
Invece non è che la mera confessione di un italiano arreso.
Il disastro è palese, giorno dopo giorno, come uno Tsunami. Continuiamo a fissare le onde che distruggono gente che non conosciamo. E il nostro unico pensiero è di mettere in salvo tutte le persone a cui teniamo. Gli appelli, trasmessi nei piccoli spazi mediatici relativamente liberi, incitano ad alzarsi e combattere. A muoversi per fare parte di un sussulto dal basso. Proprio come se si dovesse rovesciare una dittatura.
Ma chi si rivolge in questi termini a chi condivide questo sconforto, non ha ben capito che la gente per bene, umile e rispettosa, reagisce ogni giorno, senza perdere forze o abbandonare il campo. Ma lo fa nel modo che più gli riesce: lavorando, comportandosi onestamente e impegnandosi nel farlo.
La questione va ben al di là di una semplice rivolta alla dittatura, l'Italia non è un paesino del Medio Oriente. L'italia è uno dei paese civilmente più sviluppati del mondo, e non c'è classifica in grado di declassarla. Ma questa civiltà si scontra con un sistema complesso e radicato che sembra non avere falle grandi quanto basta per farlo crollare. Una tela ordita tra economia mobiliare, governo del paese, rappresentanze politiche e religiose, organizzazioni mafiose e sistema informativo, un'intreccio così articolato da non avere punti deboli.
Eppure un qualsiasi Hacker nel mondo sostiene che nessun sistema è sicuro, in quanto qualcuno troverà sempre la possibilità di entrarci, oppure si verificherà un' implosione del nucleo che distruggerà ogni sua componente. L'unica incognita è il suo tempo di resistenza. E il tempo di resistenza di questo paese è già finito da un pezzo.